La crisi economica giustifica lo schiavismo?

Qualche giorno fa ho incontrato un vecchio collega di lavoro.
Come spesso accade, non avendo condiviso nella vita altro che giorni feriali dalle 8 alle 16, dopo le prime frasi di circostanza siamo finiti a parlare dell’azienda dove lui continua a prestare servizio e dalla quale io mi sono fatto licenziare (come spiegherò in seguito).
Subito ha iniziato ad elencarmi i problemi e il dissapore crescente all’interno dei reparti di cui una volta ero uno dei leader: l’azienda, ancora una volta, per fare fronte alla crisi economica ha deciso una politica di riduzione dei costi e di tagli, andando a colpire il personale.

Se già la crisi del 2008-2009 aveva mostrato un comportamento spietato da parte del gruppo dirigenziale dell’azienda, la crisi del 2011 e tutt’ora in corso (dicembre 2012), mi ha fatto decidere di tirarmi fuori da quel losco gioco in cui mi avrebbero voluto complice.
Capisco che ogni azienda privata che vuole tirare avanti, e trarre profitti dal mercato nel quale opera, deve seguire alcune spietate regole di condotta (molte delle quali non saranno mai comprese dal semplice lavoratore), ma penso che le crisi economiche mondiali degli ultimi anni siano state utilizzate come scusanti per l’incentivato “schiavismo” e per le disumane condizioni lavorative imposte ai lavoratori.
Già, perché con la scusa dei mancati (o a volte solo minori) profitti, con il dovere della riduzione dei costi per dimostrare agli investitori che si sta agendo per salvaguardare i loro capitali, adesso è molto più semplice prendere delle decisioni drastiche e liberarsi dei propri dipendenti, o costringerli a lavorare in condizioni sempre meno accettabili.
E così, portando l’esempio che posso, ecco che l’azienda dove lavoravo ha ridotto la mensa (alzando comunque il costo mensile della stessa), ha tagliato il riscaldamento (costringendo i dipendenti della fabbrica a lavorare in giacca a vento, e alzando irrimediabilmente il numero di assenze per malattia), ha cancellato la cena aziendale di Natale, i regali di fine anno, i dolci e le bevande per festeggiare eventuali ricorrenze, ha negato il pagamento degli straordinari, ha ridotto il salario e tagliato le pause caffè; e così via…
E tutto approvato e lecito perché la crisi economica non lasciava altre possibilità.
La cosa che più mi faceva incazzare era la subdola politica di terrore che i dirigenti riuscivano ad instaurare, ricordando sempre che i dipendenti (e solo loro) dovevano stringere la cinta, lavorando di più e guadagnando di meno, perché “è un brutto periodo e di fuori da qui non c’è lavoro”.
Belle parole per dire “o fai quello che dico io o ti licenziamo e sei fottuto”.
Io ero a capo di un reparto, avevo sotto di me una sessantina di persone, molte delle quali provenienti da Paesi poveri, dove avevano lasciato la famiglia per venire a far fortuna.
A loro dovevo dare delle spiegazioni. A loro dovevo giustificare questa condotta, questi tagli, questo dovere lavorare a ritmi sempre più elevati senza ottenere nulla in cambio.
Di fronte a loro dovevo rappresentare l’azienda, raccontando le stesse bugie, le stesse ipocrite scuse.
Non ce l’ho fatta: mi sono schierato dalla parte dei miei dipendenti, ho combattuto a lungo per poi essere licenziato, insieme alle altre “mele marce” che si erano esposte con me, per un taglio al personale dovuto alla crisi economica, appunto.
La maggior parte dei dipendenti o dei colleghi che al tempo si lamentava, sono ancora li a lamentarsi, ma a lavorare, per la paura che al di fuori non ci sia nulla. O meglio: fuori ci sono disoccupati disposti ad accettare queste ed anche peggiori condizioni lavorative.
Ed è questa la forza delle aziende in questo momento…

Non ho rimpianti, anzi: non avrò un lavoro da 8 mesi, avrò dato dei tagli alle mie spese e rivisto la mia economia, ma posso sempre camminare a testa alta e guardarmi allo specchio.
E così, a mano a mano che l’ex collega mi raccontava la nuova precaria e insostenibile situazione, sentivo in me crescere un senso di liberazione e di benessere per essermi tirato fuori da quel meccanismo, per aver dato ascolto alla mia coscienza (e perché no anche al mio orgoglio) invece che al portafogli.
Già, perché se da una parte c’è un mondo che ti dice che bisogna sapersi adattare, che in ogni posto di lavoro è così, che bisogna pensare solo a se stessi e che bisogna ringraziare di avere un lavoro, dall’altra c’è una voce interna che ti dice, almeno per quanto mi riguarda, che non si può rinnegare i propri credo, i propri principi, soprattutto quando ti vorrebbero complice nel giocare con la vita altrui.

E forse questa potrebbe essere una via d’uscita da questa maledetta crisi…


22 risposte a "La crisi economica giustifica lo schiavismo?"

    1. Vabbe, noi siamo sempre più teatrali…
      mamma mia che schifo!!
      Ma chissà quanti piccoli soprusi passano inosservati. Il fatto è che, se tutti facessero questo tipo di azioni (come l’operaio dell’articolo) anche per le piccole cose, i dirigenti non avrebbero carta bianca per fare quello che vogliono..
      Il problema è invece che tropi sono disposti a subire di tutto pur di portare a casa due lire…

      1. Che ci siano persone disposte a vendersi non può essere problema loro, deve essere problema di tutti, perché cominciando a ricattare con successo l’ultimo arriveranno a risalire fino a te. “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari…”

      2. Completamente d’accordo con te, ma purtroppo questa la situazione attuale, e a tutti i livelli lavorativi, dal manovale al plurilaureato. Laa gente si svende, lo ha sempre fatto, e ora più che mai.
        Forse il meglio che si può fare è almeno non essere complice in questo gioco..

  1. C’è però chi ha la possibilità di non “svendersi” e invece chi non ce l’ha proprio… e mi rifiuto anche solo di implicare che sia colpa sua se accetta lo sfruttamento. La colpa è dei vertici delle aziende che pur di fare profitto dimenticano cosa sia l’etica e non vedono al di là del loro naso… Comunque complimenti per la scelta di non essere complice, tanto di cappello.

    1. Che sia colpa delle aziende, e della politica, è alla fine il snso del discorso, e cioè che la crisi economica diventa solo una scusa per sfruttare il personale, ridurre i costi ecc ecc.
      è vero, ci sono persone che sono costretti ad accettare queste condizioni, ma ci sono anche tanti che lo fanno per paura, anche per la sola paura di essere costretti a rimettersi in discussione, di lasciare la sicurezza per affrontare l’ignoto. E allora pi non ci possiamo lamentare di quello che subiamo…
      Ciao, e grazie per essere passato

  2. Un atto di coraggio ammirevole. Martin Lutero disse che “Non è giusto né salutare” andare contro coscienza”.
    Sei stato davvero in gamba.

    Il tuo post è della fine del 2012. Ora siamo.nel 2020 e nel frattempo, qui in Italia, hanno svuotato del suo significato più profondo l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori: l’obbligo di riassunzione per i lavoratori licenziati senza “giusta causa”. Berlusconi voleva farlo da tempo ma senza riuscirci; Renzi lo ha fatto per lui. Il resto è storia. Una storia avvilente che un paese come il nostro non meritava.

    1. Grazie mille, dopo 8 anni ancora non me ne pento, anzi.
      Purtroppo, e non solo in Italia, la situazione sta peggiorando sempre più e ho paura che questa pandemia accelererà, e di molto, il processo verso lo schiavismo e gli abusi di potere…

      1. Concordo su tutto.
        Speriamo che qualcosa cambi ma qui i singoli possono poco, se non si muove la politica. Conte sembra essere sulla strada giusta. Dopo circa 40 anni di governi più o meno deleteri, speriamo che questo in carica riesca a fare qualcosa di significativo per tutti noi.

        Errata corrige: nella frase di Lutero, dopo la parola ‘salutare’ ci sono 2 virgolette che non dovrebbero esserci. Scapparono… 🤦

      2. Guarda, secondo me bisognerebbe buttare giù tutto e ricostruire da zero.
        Ma per farlo ci sarebbe bisogno di una rivoluzione, ma il popolo italiano sta comodo così e tutto rimane utopia.
        Al peggio non c’è mai fine…

      3. Oddio, meglio che il popolo italiano se ne stia buonino per un po’: l’ultima volta che c’è stata una ‘rivoluzione’ è entrata in parlamento un sacco di gente senza arte né parte. E ancora stanno là. 🙄
        Fra un po’ dovremo votare sul taglio del numero dei parlamentari. Io non voglio avere meno parlamentari: voglio che siano pagati molto meno. Solo se verranno pagati poco più di un operaio finiranno davvero per lavorare seriamente e per vocazione. Ci sarebbe una bella ‘selezione naturale’ perché la politica non sarebbe più la mangiatoia che è. Non so quanto prendano lì in Svezia ma qui i parlamentari prendono circa 13000 euro al mese. Un insulto sociale a chi non riesce nemmeno a trovare un lavoro.
        Ci occorrono politici preparati e davvero onesti, prima di tutto con se stessi (sia in senso etico che sulle loro stesse competenze politiche) perché solo così potranno esserlo anche con gli altri.
        Ma è un discorso molto lungo, Manuel, e ad affrontarlo a ‘spizzichi e mozzichi’ si finisce per rovinarsi lo stomaco… 😞
        Mi scuso per lo sfogo ma questo è un mio nervo scoperto. 😔

      4. Non ti devi scusare, anzi, mi dispiace che sia u nervo scoperto…

        Purtroppo le cose in Italia non penso cambieranno mai, se non in peggio: i politicanti, alla fine, rappresentano il popolo e sono quelli che ci meritiamo.
        Perché, alla fine, abbiamo tutti o quasi, i nostri intrallazzi, i favoritismi, le connessioni e i propri tornaconti…

      5. …E mi sa che hai proprio ragione… 😔

        Purtroppo la pandemia ha fatto lo sgambetto a tantissimi, soprattutto a chi cercava lavoro e ora è finito in fondo alla coda, dopo tutti quelli che lo avevano e lo hanno perso.

        Speriamo che la ruota giri e che qualcosa si muova in positivo. 😊

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