Che cosa è l’odio?

È venerdì pomeriggio, sono al pub con alcuni amici. Tra una birra e l’altra qualcuno butta l’idea di andare allo stadio: mancano tre giornate al termine del campionato e il MalmöFF ha la possibilità di scavalcare ed essere primo in classifica. Decido di aggregarmi e andare, più per curiosità che per altro, visto che non sono mai stato allo stadio qui in Svezia.
La partita inizia alle 19, un’ora prima ci muoviamo dal pub con tutti gli altri tifosi. È una marcia tranquilla per le vie della città, nessun coro, nessuno in giro con bottiglie o lattine di birra (qui è vietato bere per strada).
Lo stadio non è lontano ed è situato in una propaggine di un parco, circondato da ampi parcheggi e tanto verde.
Arriviamo, andiamo a fare il biglietto (senza dover rilasciare nominativi e copie di documenti vari) e andiamo al nostro settore, quello che da noi si chiamerebbe curva, ma che qui è “posto in piedi”.
Ci sono due file lunghe, ordinate, che coprono quasi metà del piazzale. Ne scegliamo una, scorre veloce, nessuno prova a fare il furbo. Arriviamo all’ingresso: nessun tornello, nessuna spinta, nessuna ressa. La gente è rilassata e tranquilla, non c’è polizia e soprattutto la perquisizione sembra più un atto formale che una seria e minuziosa ricerca di possibili armi o oggetti contundenti.
Non posso che fare il paragone con i nostri stadi in Italia e mi viene da ridere.
Entriamo, lo stadio è piccolo e a ridosso del campo. La curva è una gradinata gremita, senza posti numerati ne seggiolini o panchine. Scendiamo un po’ le scale, troviamo un posto di lato a quelli che sono o dovrebbero essere gli “ultras” veri e propri. Attorno a noi gente di tutte le età: anziani, signore e bambini e anche qui noto facce rilassate, sorrisi. Ho frequentato lo stadio per anni e no, questa non ha niente a che fare con la “curva” che sono stato abituato a vedere,vivere e concepire.
Iniziano i cori, tutti cantano e saltano ed io inizio a lasciarmi un po’ trasportare: il campo verde a due passi e i colori del MalmöFF mi riportano forse qualche nostalgia del passato. Penso a come sia bello godersi una partita senza sentire sul fiato l’esasperazione di un tifo che viene troppe volte elevato a ragione di vita. Sarà perché forse, a me, in fin de conti non importa più di tanto, ma mi guardo attorno e non mi sento fuori luogo o diverso da quelli vicino a me.
Passiamo in vantaggio, lo stadio esplode, anche le tribune centrali partecipano all’euforia e ai cori organizzati. Di fronte a noi un centinaio di tifosi avversari, ma nessuno sembra curarsene più di tanto.
Penso quasi che sia una festa dello sport, quando ecco che gli avversari pareggiano: lo stadio ammutolito, il giocatore che ha segnato fa il verso di stare zitti. Proprio a noi, proprio ad appena cinque o dieci metri da noi.
L’odio prende il sopravvento su molti, me compreso, che inizio ad inveirgli contro parolacce e urla in italiano. Un gesto istintivo, un impulso che non ho il tempo di controllare: in quel momento non penso che sto guardando una partita di cui non me ne frega niente, in quel momento la prendo sul personale.
Odio? Forse, probabilmente, almeno per quei 5 minuti in cui mi lascio andare.
E allora mi chiedo: che cos’è l’odio? È qualcosa insito dentro di noi? O è qualcosa che dipende anche dall’ambente che ci circonda o nel quale siamo cresciuti.
L’odio che ha percorso velocemente alcuni di noi, alquanto velocemente passa e svanisce. Eppure basterebbe saltare un piccolo cancelletto per entrare in campo, eppure basterebbero due mani a rompere la rete che separa la curva dal campo. Ma qui tutto torna tranquillo, nessuno prova a fare nulla, a lanciare qualcosa. E davanti a noi non c’è polizia in assetto antisommossa per precauzione, solo un cartello dove si ricorda che chi scavalca sarà perseguibile con una pena fino a 6 mesi di carcere e il divieto di accesso alle manifestazioni sportive.
Basta così poco qui per evitare che l’odio prenda il sopravvento? Ed allora, l’odio dipende dalla civiltà e dal senso civico di una popolazione?
Ancora una volta faccio il paragone con l’italia e quello che sarebbe successo in una situazione come questa, in uno stadio come questo. Perché siamo così diversi da loro?
Forse è solo l’esasperazione che ci distingue, quell’esasperazione che ci porta a vivere tutto più intensamente. E che può sfociare nell’odio più vero per una partita di calcio. Da noi è possibile anche questo…

Alla fine il Malmö ha vinto 3 a 1 ed è primo in classifica. La gente, contenta, ordinatamente lascia lo stadio e se ne torna tranquilla a casa, mischiandosi silenziosa nel traffico urbano.

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